Musicista Trombettista
Insegnante Editore

Stylus Phantasticus
 
 

Libere sperimentazioni, invenzioni, diminuzioni, discanti, melismi jazz tra polifonia e contrappunti improvvisati.


Progetto a cura di Silvia Perucchetti e Simone Copellini

Simone Copellini tromba, flicorno
Patrizio Ligabue didgeridoo
Coro della Cappella Musicale San Francesco da Paola
diretto da Silvia Perucchetti

Musiche di Hildegard von Bingen, canto gregoriano, T. L. de Victoria, J. S. Bach, G. P. da Palestrina, F. Guerrero



Stylus phantasticus richiama immediatamente alla memoria il rivoluzionario CD Officium, pubblicato nel 1993 dall’Hilliard Ensemble insieme al sassofonista norvegese Jan Garbarek, in cui polifonia antica e canto gregoriano si sovrappongono felicemente alla voce di uno strumento impiegato tipicamente nel jazz, nel tentativo di esplorare quella ‘zona di penombra’ sì studiata, ma ancora misteriosa fra tradizione orale (il canto medievale precedente la messa per iscritto della polifonia) e la nascita di una cultura nuova, essenzialmente basata sulla scrittura.

Il progetto, ideato da Silvia Perucchetti e costruito insieme al trombettista Simone Copellini, intende riflettere sui punti di contatto fra musica antica e jazz: entrambi i repertori hanno infatti l’improvvisazione come elemento fondante, e ciò che si trova fissato sulla carta non consiste, tanto per il cantore o lo strumentista antico quanto per il jazzista, nelle uniche note da suonarsi concretamente; al contrario, l’esecutore era/è libero di ornamentare, abbellire, riempire e a volte improvvisare ampiamente. Così, le melodie antiche cantate dal coro diverranno la materia prima da plasmare e con cui giocare utilizzando le modalità e le regole del jazz.

Ma la contaminazione fra voce e strumenti (non a caso anch’essi basati sul respiro) non è fine a se stessa: l’aggiunta al coro della tromba, del flicorno e del didgeridoo (grazie alla partecipazione straordinaria di Patrizio Ligabue) vuole essere una sorta di reinterpretazione delle tecniche in uso fra Medioevo e Barocco per valorizzare una melodia o arricchirla, e impiegate dai compositori nel loro quotidiano processo creativo.

Così, nella delicatissima antifona in canto gregoriano di Ildegarda di Bingen, O frondens virga, il didjgeridoo recupera la tipica (e non scritta!) abitudine medievale di accompagnare il canto con una nota fissa, il bordone; nel corale di J. S. Bach Vater unser (il gemello protestante del Padre nostro) i tipici segni di corona posti al termine dei versetti per chiedere al coro un maggiore respiro tra le frasi vengono ‘ampliati’ liberamente dalla tromba, e nella seconda strofa questa raddoppia il vero e proprio corale, ossia la melodia dei soprani, anticamente (ma a tutt’oggi in Germania) cantata dalla totalità dei fedeli come inno comunitario.

E nelle architetture polifoniche più complesse (quelle dello spagnolo Francisco Guerrero e del romano Giovanni Pierluigi da Palestrina) la voce del flicorno e della tromba ricorda gli abbellimenti del cornetto, strumento a fiato rinascimentale per eccellenza poi tramontato con l’ascesa del violino, impiegato abitualmente per eseguire le parti insieme ai coristi (sia per sostenerli, che per ornamentare la melodia) dalle grande cattedrali europee alle cantorie delle nostre piccole corti emiliane.

E il titolo?
Anche quello viene dal passato: musicisti e trattatisti fra ‘600 e ‘700 definivano Stylus phantasticus lo stile musicale non riconducibile facilmente ad alcuna altra categoria, solitamente dominato dalla libertà improvvisativa dell’esecutore. Facendo nostre le parole del grande clavicembalista e organista Ton Koopman, «lo stylus phantasticus vuole tenere sveglio l’interesse dell’ascoltatore con effetti speciali, sorprese, dissonanze, variazioni nel ritmo e nelle imitazioni fra le voci. È uno stile improvvisativo completamente libero che induce il pubblico, pieno di stupore, a domandarsi: Com’è possibile?».


 

Cappella Musicale San Francesco da Paola - Blog Ufficiale


 
 

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